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L'olimpionica Valentina Vezzali: «le Quote Rosa non mi piacciono ma sono necessarie nello sport»

L'olimpionica Valentina Vezzali: «le Quote Rosa non mi piaccono ma sono necessarie nello sport »

Le quote rosa? Una specie di male minore. Al momento non se ne può fare a meno. Secondo l'olimpionica Valentina Vezzali sono uno strumento indigesto ma necessario. «Personalmente sono contraria alle quote rosa perchè sono convinta che le donne dovrebbero entrare ai vertici per loro meriti e non perchè c'è un numero che garantisca loro visibilità. Nel mondo dello sport tuttavia, al momento, sono misure necessarie visto che permettono alle donne di muovere i passi in un mondo prettamente maschile».

La pluripremiata campionessa di scherma racconta al Meeting di Rimini il suo incredibile percorso sportivo, i sacrifici, il rapporto con le colleghe, gli aiuti ricevuti dalla famiglia (dal marito e dalla mamma soprattutto quando ha partorito suo figlio Pietro senza che dovesse rinunciare agli allenamenti mentre allattava, fino a vincere il suo quarto campionato). Racconta anche la fatica che le donne fanno ad affermarsi.

Il divario esiste eccome. «Pensate che solo ora, a livello agonistico, le atlete stanno dicendo la loro, visto che sono sempre di più le donne che si stanno facendo valere a livello agonistico. La questione cambia un po' a livello dirigenziale. Purtroppo lì la situazione è ancora più indietro se si pensa che non c'è ancora mai stata nessuna donna presidente di una federazione. Nel Coni abbiamo la vice presidente, Alessandra Sensini e poi abbiamo avuto anche Diana Bianchedi, ma si tratta nel complesso di un settore segnato dal segno maschile».

Il cammino culturale che l'Italia sta facendo è qualcosa sotto gli occhi di tutti. Valentina Vezzali riporta alla mente che quando era alle elementari la sua maestra riteneva che lo sport praticato a livelli agonistici per le bambine potesse essere fortemente negativo per il loro sviluppo culturale e umano «Eppure lo sport dovrebbe essere un elemento chiave. Oggi sono sempre più le bambine che fanno sport, per fortuna. E lo studente che fa sport dovrebbe essere preso a modello». 


 


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