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Witsel, no a 18 milioni l'anno per curare la figlia malata: «I soldi non sono tutto»

Axel Witsel

Axel Witsel sette anni fa era il centrocampista più inseguito d'Europa. Frutto di una nidiata di giocatori belgi che, assieme a gente come Hazard, Lukaku, De Bruyne, Mertens, Origi, Curtois, Naniggolan, ha rinverdito la scuola di Bruxelles riportandola ai fasti anni 80 di Ceulemans, Gerets, Pfaff, Vandereycken, Vercauteren. Dallo Standard Liegi aveva preso il volo verso Lisbona, sponda Benfica, diventando dopo solo una stagione uomo-mercato. Nel 2012 i rubli della Gazprom lo portarono allo Zenit San Pietroburgo, voluto da Luciano Spalletti. Ma il progetto "all-star" dei russi non porta a risultati eccezionali in Champions e, senza l'Europa che conta, il campionato all'ombra degli Urali non è quello che si può definire "torneo top". Così Witsel, a causa anche dell'ingaggio alto garantitogli dallo Zenit, esce dai radar dei maggiori club. Due anni fa si ricordano di lui in Cina nel momento di massimo sforzo dei club locali che, per inseguire il sogno di far diventare la nazionale competitiva a livello mondiale, inonda il mercato europeo di soldi a palate. Il Tianjin Quanjian convince Witsel a mollare il calcio "vero" alla modica cifra di 18 milioni di euro d'ingaggio a stagione: il 3 gennaio 2017 lo Zenit annuncia il trasferimento del giocatore, classe 1989, che firma un contratto di quattro anni e mezzo.

Il 6 agosto dell'anno scorso, però, ecco che Axel fa fagotto e torna in Europa: per 20 milioni se lo assicura il Borussia Dortmund. In pochi si chiedono il perché della retromarcia del belga, in fondo in molti si sono pentiti di aver accettato l'avventura cinese fatta di un calcio primordiale, poco competitivo. L'ex interista Guarin per esempio averebbe fatto carte false per tornare indietro, cosa che fa Tevez il quale nonostante l'età avanzata se ne torna a giocare al Boca per "sentirsi vivo".
Ma la scelta di Witsel è più seria e profonda e l'ha rivelata in un'intervista a Dazn: «Mia figlia aveva una dolorisissima malattia all’intestino. Negli ospedali internazionali presenti a Tientsin non avevano gli apparecchi per curarla. Dovevo quindi decidere se portarla in un ospedale cinese oppure se andare fino a Pechino che però era a 2 ore di macchina. La situazione era delicata: avevamo poco tempo a disposizione perché la malattia poteva diventare pericolosa. Siamo quindi andati in uno degli ospedali cinesi, ma la situazione era surreale: abbiamo preso un numeretto all’entrata e abbiamo aspettato, come se fossimo in fila al supermercato. Abbiamo aspettato circa 3 ore. Dopo quell’esperienza ho detto a mia moglie che finiti i Mondiali del 2018 saremmo tornati in Europa. I soldi sono importanti, ma non danno la felicità».
Witsel ne ha approfittato anche per guardare indietro, alla possibilità di finire alla Juventus: «Nel 2016 avevo il contratto in scadenza con lo Zenit e volevo trasferirmi a Torino. Avevo superato le visite mediche, mancava solo la firma sul contratto. Aspettai tutto il giorno nella sede della Juventus ma, a un certo punto, lo Zenit mi disse di rientrare in Russia. Un anno fa, quando decisi di rientrare dalla Cina, avevo diverse offerte, potevo andare a Parigi o a Manchester, ma avrei dovuto aspettare. Per il Dortmund invece ero la prima scelta. Col senno del poi ho fatto bene a venire qui».


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