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Roma, Baldissoni: «È una sconfitta di tutti»

Baldissoni (foto Gino Mancini)

«Non è vero che abbiamo voluto allontanare Totti». Parla da tifoso, Mauro Baldissoni, anche se deve smentire il Grande Accusatore. Lo chiama sempre o quasi Francesco perché «idolo della mia infanzia», quando cerca di fare chiarezza nell’intervista del day after a Sky. Senza mai affondare il colpo e con la voce meno sicura del solito, smonta ogni critica rivolta dall’ex dirigente, lunedì nel Salone d’Onore del Coni, alla proprietà Usa. Manca la domanda su Baldini, cioè la pietra dello scandalo. Ma fa parte del copione. Tanto al consigliere occulto, in ogni intervento, è Pallotta a concedere visibilità. In abbondanza. A ricomporre i cocci, insomma, non è Fienga, nonostante sia il ceo ad avere il quadro esatto dello strappo. E lo conferma proprio il vicepresidente esecutivo: «Io non lavoro nell’area tecnica e quindi non ho molti punti di confronto». Lo ripeterà più volte, rendendo di fatto parziale e non completa la ricostruzione. «Così non so se, come ci ha detto lui, alcune sue indicazioni sono state meno considerate». Sono bastate per rifiutare la carica di dt.

TUTELA CAPITALE
Baldissoni non nasconde «l’amarezza e il dispiacere» per l’addio di Totti, da ieri in vacanza (prima di partire ha telefonato a Florenzi). «È una sconfitta di tutti quando non si riesce a trattenere quello che è un grandissimo patrimonio per la Roma». Ma la storia della squadra deromanizzata non gli va giù: «Sarebbe totalmente sciocco e autolesionista». E’ «la sua percezione». Che contesta: «Con i fatti. Francesco ha avuto due contratti da giocatore e uno da dirigente, con la proposta di diventare direttore tecnico. De Rossi due da calciatore, poi l’offerta di cominciare un percorso in società. Abbiamo riportato a casa Florenzi e Pellegrini». In più ricorda l’Hall Fame e il coinvolgimento degli ex Desideri, Nela, Rizzitelli e Righetti. E che nel cambio di status da giocatore a dirigente «abbiamo avuto pazienza, sperando che potesse crescere in quello che è un lavoro di squadra. Nessuno può decidere da solo». Il vicepresidente, tra l’altro, gli riconosce il merito di aver convinto Ranieri e trattato Conte.

DIFESA A OLTRANZA
«I principali tornei europei li hanno vinti il Liverpool e il Chelsea: andate a verificare quante volte Henry o Abramovic siano stati presenti nella sede della società». Non conta la presenza di Pallotta nella Capitale ma la sua ambizione: «Ha completato un risanamento e ha investito portando risultati piuttosto buoni: 5 qualificazioni consecutive in Champions, due ottavi di finale e una semifinale. Quest’anno abbiamo ammesso di aver sbagliato. Siamo, però, tra le 10 società che hanno speso di più in calciatori». Ribadisce che non c’è alcuna trattativa per la cessione del club. E nemmeno l’intenzione: «Il presidente è sempre stato chiaro: la Roma non è in vendita. Giusto che i mercati lo sappiano. Noi non potevamo fare a meno di notare il ripetuto riferimento di Francesco a un potenziale ritorno con una nuova proprietà. Abbiamo voluto ricordare che qualsiasi iniziativa deve essere condotta nei modi corretti- La nostra è una società quotata che deve rispettare le rigidissime e importantissime regole finanziarie». Il possibile reato è turbativa d’asta (art. 353 del codice penale». Nella nota della Roma di lunedì sera il riferimento è preciso: «Ci auguriamo che questa non sia un’anticipazione inopportuna di un tentativo di acquisizione: scenario che potrebbe essere molto delicato in considerazione del fatto che l’AS Roma è una società quotata in borsa». Pallotta, su Twitter, ha però smentito di poter adire le vie legali: «Falso». Probabilmente dimenticando quando inserito nel comunicato del giorno prima. Oppure, semplicemente, certificando di non aver partecipato alla stesura. Baldissoni chiude sullo stadio «amplificatore di ricavi, necessari per incrementare la capacità competitiva. Senza, sarà impossibile sfidare la Juve. Se alla lunga il presidente vedrà che non gli viene consentito di poter passare attraverso quello che è un investimento enorme, potrebbe pensare che forse non vale la pena farlo».


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