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Salto in alto con lacrime, Tamberi fuori dalle finali. «Ho dato l'anima»

Salto in alto con lacrime, Tamberi fuori dalle finali. «Ho dato l'anima»

“Mi dispiace; mi dispiace per me: ho passato tanto tanto dolore e tanta sofferenza in questi 365 giorni e più; mi dispiace per quelli che mi sono stati vicini; mi dispiace anche per quelli che neppure mi conoscono ma mi supportano con il loro tifo. Ho dato l'anima”. Gianmarco Tamberi detto Gimbo è fuori dalla finale mondiale del salto in alto, che 12 atleti disputeranno domenica a Londra ma lui no. Ha saltato 2.29 che è la sua miglior misura stagionale, dopo più di un anno dall’infortunio alla caviglia sinistra: due operazioni chirurgiche, la ripresa degli allenamenti soltanto ad aprile (“di solito comincio a ottobre, ma non voglio che se dico questo si pensi ad una scusa: non voglio scuse”), la necessità di mutamenti tecnici, come l’accorciamento della rincorsa per non sottoporre la martoriata caviglia a stress pericolosi.
Ha saltato 2.29 al secondo tentativo, come era già accaduto a due quote precedenti, 2.22 e 2.26 e “se avessi saltato 2.29 come ho fatto con 2.17, sarei passato sotto l’asticella”.

 

 


CHIARA
C’era Chiara in tribuna, la ragazza. “You Make Me Crazy”, mi fai impazzire era la scritta sulla maglietta bianca. “Dai amore” era l’incitamento quando le cose andavan per il peggio. Dalla pista, in tenera risposta, il lancio di un bacio.
ALESSIA SCRIVEVA
In tribuna vicino a papà Marco Tamberi, che allena sia lei che Gimbo, Alessia Trost. Stavolta non era lei a sciogliersi in lacrime, tra il liberatorio e il disperato: sarebbe stato Gimbo, dopo. Alessia segnava i vari risultati e dava la temperatura della febbre da risultato. “E’ tredicesimo” diceva. Tredicesimo sarebbe rimasto Gimbo, primo degli esclusi.
“PERCHE’ IO?”
Piangeva, l’azzurro, che s’era messo al braccio un adesivo con tricolore e che indossava due scarpe diverse: cavigliera alta e colori fluorescenti per la sinistra che doveva sostenere lo sforzo, qualunque per la destra. “Ho sentito subito fin dal riscaldamento che non era giornata l’avevo detto prima, posso rendere l’80 per cento e il 20 indifferentemente. E’ stato il 20 proprio nel giorno che non doveva essere”.
DIALOGO A DISTANZA
Tamberi dalla pista si avvicinava alla transenna del sedile dove era papà: chiedeva consigli, allargava le braccia. Quando ha saltato 2.29 sembrava che le cose potessero volgere al meglio. Per qualificarsi bisogna fare 2.26 alla prima prova almeno, aveva detto Gimbo alla vigilia. Lui l’ha fatto alla seconda, e quell’errore gli ha fatto scalare in basso il posto e finire fuori. Marco gli parlava a parole e segni; consigli tecnici e un “daje, daje”. S’è anche sentito un “sii incosciente”, un suggerimento alla Steve Jobs.
TROPPO?
Non avrà preteso troppo da sé, Tamberi? “Da me voglio sempre il massimo, e anche di più. E’ dal giorno che mi sono tolto il gesso che penso alla gara di Londra. Non ho mai fatto un passo indietro, ho sempre creduto a questo giorno. Sarà difficile da superare, devo ancora metabolizzare la delusione di Rio”. Tutto cominciò poco prima, quando il campione del mondo indoor, campione europeo e recordman italiano di fresco, si fratturò a metà luglio. “Sono successe cose che nemmeno sapete” dice. “Non riuscivoi a staccarmi da terra”. E dopo la gara: “Non riuscivo a togliermi le scarpe”. In un intervallo fra un salto e l’altro s’era tolto la sinistra e massaggiato a lungo il piede. O forze accarezzato per convincerlo a fare la sua parte.
MERITATO E NON
“Mi meritavo questa finale, ci ho messo tutta la tigna; non mi meritavo questo finale: con 2.29 ai mondiali ci si è sempre qualificati, stavolta no e in una stagione che non è come l’anno scorso, in otto sopra i 2.35; quest’anno il terzo ha 2,32. A 2.29 ero contento, porca miseria non succede mai che non ci si qualifichi così”.
E ORA?
“Ora debbo staccare con la testa. Debbo capire tutto, dall’incidente, da Rio a qui ho avuto solo un’idea fissa: la finale mondiale. Mollare però mai: giuro su Dio che tornerò e più forte di prima”. La lacrima che scende non è furtiva.


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