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«Pantani non era solo qualdo morì», il mistero del corpo spostato e i dubbi sul doping

«Pantani non era solo qualdo morì», il mistero del corpo spostato e i dubbi sul doping

«Pantani non era solo qualdo morì», il mistero e i dubbi sul doping della famiglia. Marco Pantani non era solo quando morì il giorno di San Valentino del 2004 in una stanza del Residence di Rimini Le Rose: è quanto hanno sostenuto oggi il generale Umberto Rapetto e l'avvocato Cocco, consulenti della famiglia Pantani, che sono stati ascoltati davanti alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra. «Qualcuno era con lui quando la morte è arrivata, c'è il segno evidente che il corpo è stato spostato», ha scandito Rapetto che ha fatto riferimento in particolare a «delle macchie di sangue fresco» e a come, al momento del ritrovamento del cadavere, «era posto il braccio del ciclista: non si può pensare che sia stato lo stesso ciclista a spostarlo, strisciandolo».

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Il generale inoltre ha voluto porre l'attenzione sulla presenza di un «enorme grumo di sangue sul pavimento con al centro una pallina bianca, intonsa, perfettamente bianca. È uno dei grandi misteri: nonostante sia stata nel sangue, la pallina non ne era stata intaccata». In 56 pagine, lasciate all'esame di deputati e senatori dell'Antimafia, i consulenti hanno evidenziato - mostrando anche filmati - una serie di contraddizioni e anomalie che hanno preceduto e seguito la morte del Pirata. Una tra tutte è il fatto che nella stanza in cui Pantani è stato trovato morto è stato rinvenuto un bastone con cui è stato sfondato il controsoffitto, «come se qualcuno cercasse qualcosa. Poi c'è il lavandino smurato e il buco nel controsoffitto, ci sono anche le bocchette di areazione che sono state rimosse: qualcuno probabilmente è entrato, cercava qualcosa, chi? Cosa cercava? Perchè?».

E ancora, a non tornare, per i consulenti, è anche l'accusa di doping che costò al campione la partecipazione al Giro d'Italia del '99 e da cui ebbe inizio la sua parabola discendente. «Pantani sapeva benissimo, lo diceva lui stesso - hanno osservato - che tutti i prelievi per i test antidoping venivano fatti sui primi dieci. Non sarebbe mai stato così stupido da esporsi ad un rischio così grande». Il giorno della morte, poi, il ciclista chiese più volte alla reception di chiamare i carabinieri «perchè c'è qualcuno che dà fastidio». Una richiesta che non fu soddisfatta. Quel qualcuno, fa notare Rapetto, «potrebbe essere arrivato dal garage» dal momento che l'hotel in cui il campione alloggiava aveva «dei sotterranei e un garage, era un albergo usato forse anche per passare qualche ora in intimità, e l'accesso dal garage era fuori da qualunque controllo».

La tesi dei consulenti è che la camorra possa aver voluto la morte del Pirata per motivi legati alle scommesse clandestine. Di questo è traccia persino in una vecchia intercettazione tra un ex detenuto e Renato Vallanzasca. Il presidente Morra si è mostrato attento ma cauto: «Sono convinto che chi di dovere possa rappresentare presso le procure locali queste nuove acquisizioni e il merito della questione sul fenomeno dell'azzardo può costituire motivo d'analisi del Comitato dell'Antimafia sul gioco d'azzardo». Favorevoli ad indagare per capire meglio la causa della morte del campione gli esponenti M5S Dalila Nesci, Mario Michele Giarrusso e Giovanni Endrizzi mentre il capogruppo Pd Franco Mirabelli ha ricordato che già nella precedente legislatura l'Antimafia si era occupata in modo esauriente del caso. La Cassazione nel 2017 ha confermato l'archiviazione del caso avvenuta l'anno prima per opera del gip di Rimini.


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1 di 1 commenti presenti
kyfra
2019-10-22 14:52:17
Non si saprà mai la vera verità dobbiamo come sempre bere la bibita che non ci piace. Certo che lui non è morto "così "

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