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Diabolik, il killer è fuggito in moto: «Lo ha aspettato un complice». Nei tabulati il nome del traditore

Diabolik, il killer è fuggito in moto: «Lo ha aspettato un complice». Nei tabulati il nome del traditore

C'è un video in cui il sicario e il suo complice sfrecciano a bordo di una moto di grossa cilindrata. Percorrono via Lemonia, in direzione Roma centro. Gli investigatori passano al setaccio le telecamere di zona e iniziano ad incassare i primi risultati sull'omicidio di Fabrizio Piscitelli, 53 anni. È questo il tassello di un puzzle complicato che gli inquirenti stanno cercando lentamente di assemblare.

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VENDUTO
Qualcuno ha venduto Piscitelli ai suoi boia. Diabolik aveva un appuntamento e la persona non si sarebbe presentata. Oppure una talpa ha riferito dell'incontro e l'assassino ha anticipato tutti di pochi minuti. Un omicidio pianificato, studiato nei dettagli, così appare agli investigatori. Un agguato in piena luce, erano le 18.50 di mercoledì scorso, in mezzo a una decina di persone. Un assassinio che, da parte di chi lo ha progettato, si pone anche l'obiettivo di lanciare un messaggio di forza nella Capitale. Perché Diabolik, ormai da anni, non era più semplicemente il leader violento degli ultras laziali, ma un boss affermato.

IL KILLER PROFESSIONISTA
Per questo i mandanti dell'omicidio Piscitelli hanno assoldato un professionista di primo livello, probabilmente dell'est Europa. Il killer imperturbabile, in occhiali da sole e con una benda che gli copriva il resto del viso, vestito da runner, si è avvicinato a Diabolik ha puntato la pistola e lo ha freddato. Il secondo colpo diretto al bodyguard cubano è andato a vuoto. Il sicario ha ripreso la corsa e si è infilato dentro il parco. Poco dopo una telecamera lo immortala sul sedile posteriore di una moto che sfreccia a gran velocità. Nel frattempo il cubano, un omone che supera i 100 chilogrammi, discreto judoka, cameriere in un ristorante e improvvisato guardaspalle, scappa. Fugge nella direzione opposta a quella del killer. Il cubano, a bordo dell'auto con cui aveva portato in giro per Roma il suo ex datore di lavoro, prima dal barbiere, poi da un tatuatore, al ristorante e infine nella sede degli Irriducibili, viene fermato da una pattuglia della polizia mentre vaga senza meta per le strade della Capitale. L'uomo, con poca esperienza come guardaspalle, aveva sostituito da dieci giorni lo storico gorilla di Diabolik. Gianni, un italiano, che si era preso qualche giorno di vacanza.

INDAGINE PER DROGA
Poche informazioni, quasi nulle, quelle che il caraibico ha fornito agli agenti della Squadra Mobile della sezione omicidi diretta da Andrea Di Giannantonio e al pm Nadia Plastina. Gli investigatori sperano di poter incassare maggiori e più utili elementi dai tre telefonini di Piscitelli. Ma non sarà facile sbloccare gli smartphone di Diabolik. Di certo l'inchiesta per traffico di stupefacenti che corre parallela a quella sull'omicidio (aggravato dal metodo mafioso) restituisce agli investigatori un'immagine di criminale di primo livello. Piscitelli era un uomo venerato negli ambienti del tifo violento laziale. Era stato lui, assieme a un gruppo di fedelissimi, a far compiere un salto di qualità alla curva Nord. Gli Irriducibili, prima di tutto, si erano imposti nelle gerarchie degli ultras biancocelesti. Poi si erano guadagnati il rispetto delle tifoserie di mezza Europa.

Diabolik era stato capace di rivendere, all'interno della mala romana, questa sua popolarità fino ad arrivare ad una posizione di livello. Parlava senza alcun timore reverenziale con un mammasantissima (oggi in carcere) come Michele Senese. Diabolik era rispettato da altre storiche famiglie criminali, come gli Spada, i Casamonica e i Fasciani. Ottimi erano anche i rapporti con i Nicoletti. Perché di soldi, nella mani di Diabolik, ne sarebbero passati parecchi. Il suo nome, emerge da numerose intercettazioni, veniva speso dalla sua batteria come una garanzia: «Mi manda Piscitelli». Lui, però, non parlava mai. Non compariva mai agli incontri Non ne aveva bisogno. Solo il suo nome incuteva timore e rispetto. Era anche una forma di garanzia e credibilità. Proprio come un vero boss.


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