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Rugby, Veronica Schiavon, la star azzurra che ha scelto il Giappone: «Così tutto il paese sogna l'impresa ai Mondiali»

Veronica Schiavon

dal nostro inviato
TOKYO «Loro, sempre così misurati nel mostrare le emozioni, hanno fatto salti di gioia e si sono abbracciati come faremmo noi italiani quando anche Samoa è stata sconfitta: ero in un bar ed è stata festa per ore e ore».

“Loro” sono i giapponesi, lei è Veronica Schiavon, di Maserada (Treviso) da cinque anni in Giappone per giocare a rugby dopo 82 caps in azzurro dal 2001 al 2017 con tanto di record di punti (383), sei scudetti con il Riviera del Brenta e una laurea in Lingue orientali a Ca’ Foscari. Un fenomeno, per farla corta. 

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Ha 37 anni e gioca mediano di apertura per il TKM Yokohama e fin dal suo arrivo è diventata una stella nella nazione che in queste settimane ospita per la prima volta i Mondiali maschili. «Hanno allestito questa competizione - dice ancora Veronica detta “Bero” - con enorme professionalità, sia per impianti e organizzazione, sia per la crescita tecnica della squadra».

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E ci sono riusciti con risultati entusiasmanti: stadi sempre pieni, grande ospitalità, 400mila fedeli arrivati da ogni parte del mondo che salgono e scendono dai "treni proiettile" Shinkansen: un ottimo test anche per le Olimpiadi dell’anno prossimo. E adesso anche il sogno di passare ai quarti di finale come non era mai accaduto. «E’ andata così: ai Mondiali precedenti, nel 2015, ricordate l’impresa dei Brave Blossoms (Coraggiosi fiori di ciliegio) contro il Sudafrica? Quella vittoria ha scosso il Giappone dal premier Abe Shinzo in giù: ero già qui e ho vissuto anche la popolarità di Ayumu Goromaro, l’estremo: fate conto Maradona a Napoli. Sbucava da ogni dove, in tv e sui giornali. Prima il rugby era amato soprattutto dagli studenti universitari e praticato da squadre di grandi aziende senza tuttavia avere il seguito di calcio, baseball e sport tradizionali giapponesi»



Nonostante lo scalpo del Sudafrica e tre vittorie nella fase preliminare il Giappone non avanzò però ai quarti. «Il che fu vissuto come un segno che bisognava fare ancora meglio. Ed ecco che a questi Mondiali la nazionale ha battuto Irlanda, Russia e Samoa ed è pronta a sfidare la Scozia per raggiungere un traguardo prima impensabile».

Che botta mettere al tappeto l’Irlanda. «Fantastico. Nessuno, all’estero, lo credeva possibile, ma qui ovunque si sentiva ripetere “Gambatté”, ovvero “forza”. In questo gioco di combattimento i giapponesi hanno saputo unire i suoi temi fondanti quali lealtà, solidarietà e gioco di squadra ai loro valori tradizionali quali il senso dell’onore, il culto del dovere e l’orgoglio di rappresentare il paese. Li ho sempre amati per questo loro spirito, mi piace vivere e giocare qui anche se è dura lavorare ogni mattina in una casa per anziani (appunto del grande gruppo ospedaliero TKM) e allenarsi ogni santo pomeriggio: anche se siamo solo semiprofessioniste, alle rugbyste qui viene richiesta una dedizione totale, a volte siamo richiamate anche alla sera per riunioni tecniche. E' così e basta, lo sapevo anche prima di decollare per questa avventura che continua ad appassionarmi. Credo sia stato un'ottima maniera per entrare davvero nell'anima di un paese che mi ha affascinato fin da bambina: mi piace il loro rigore, il loro ordine, il loro rispetto per le buone maniere e per la Storia nazionale. A ogni modo, lavorando e giocando, riesco anche a mettere da parte qualcosa, ora però i prezzi sono saliti con l’Iva passata dall’8 al 10%».

Veronica del resto non si è mai tirato indietro né per un placcaggio né per comprimere nella sua vita un sacco di cose: oltre a giocare in serie A  e in Nazionale e oltre a studiare (con profitto), ha sempre dato una mano al negozio di famiglia nel trevigiano, una rivendita di alimenti per animali. Insieme a lei la sorella Valentina, mediano di mischia ugualmente in azzurro così come la mamma Mansueta, fra le pioniere del rugby femminile in Italia e protagonista della prima espulsione: mollò un "cartone" al volto di un'avversaria che faceva ignobilmente "morire" il pallone in un raggruppamento, azione contro lo spirito del gioco. Ah, anche il papà Mario ha giocato prima di allenare. Nonostante questo stato di famiglia ovale, ci sono state stagioni in cui solo una sorella alla volta poteva rispondere alla convocazione in nazionale per non lasciare sguarnita l'attività commerciale. Peccato, perché allora il ct doveva rinunciare a una "cerniera" sopraffina, iper affiatata e altrettanto abile. Le sorelle Schiavon, numero 9 e numero 10, erano in campo, per dire, la prima volta che le azzurre misero al tappeto la Scozia.

Torniamo in Giappone: questa nazionale così vincente, così rapida, così in palla fino all'80', alimenta l'orgoglio del paese,  ma i capitani di questo XV arrembante sono nati in Nuova Zelanda e Sudafrica.

«Quasi tutte le potenze hanno equiparati e oriundi (vero, Italia compresa e persino la magna Inghilterra con i suoi 2  milioni di giocatori): solo Sudafrica, Argentina e Uruguay fanno eccezione), ma a vedere il coraggio e la passione di questi giocatori la loro origine passa in secondo piano. Si figuri che a talk show e anche a manifestazioni pubbliche legate a questo mondiale hanno chiamato me e le mie “colleghe” neozelandesi del TKM per parlare di rugby ai giapponesi: sabato seremo sul palco della fanzone a Yokohama. Conta l’amore per questo sport, non il passaporto, lo vedrete di nuovo domenica 13 nella sfida alla Scozia, il paese sarà tutto dietro la nazionale».

E poi c’è questo nuovo rito del saluto comune al pubblico dopo il match. «Siamo nel paese della cortesia e allora avete visto che i giocatori delle squadre, fino a un minuto prima ferocemente avversari, si mischiano, si mettono in linea e poi fanno l’inchino agli spettatori. La via giapponese al rugby è questa».

 


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