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L'Irlanda schianta l'Italia 56-19, uguagliato il record dei 14 ko consecutivi

Castello e Boni (Foto CFP)

dal nostro inviato
Sotto il cielo di Dublino che trattiene la pioggia la dura legge della tabellina del 7 si abbatte sugli azzurri purtroppo assai meno combattivi che contro l'Inghilterra una settimana fa: all'Aviva Stadium 8 mete e tutte trasformate - imbarazzante - dell'Irlanda contro le tre dell'Italia arrivate tuttavia a babbo morto e sepolto. Ovvero 56-19 con la sensazione che anche a cercare con la lanterna non si trovi proprio nulla da salvare in un match che si sapeva straperduto in partenza, ma con la fondata speranza di lottare molto di più con la terza squadra al mondo.

Speranza affondata alla fine del primo tempo (28-0), quando l'Irlanda in corsa per il Grand Slam ha chiuso la pratica Italia senza dare nemmeno l'idea di sudare mentre applicava cinicamente la tabellina del 7, la più dura nel rugby. Di 7 in 7 il divario si allarga penosamente per gli azzurri, opachi persino in uomini che non tradiscono mai come il capitano Parisse. 
Uguagliato il record dei 14 ko consecutivi che risale al 2002 e mai come questa volta si trattava di un'impresa - alla rovescia - annunciata visto il calendario che nei primi due turni ha riservato agli azzurri Inghilterra e Irlanda, le più forti del mazzo.
 



Nel primo tempo l'Irlanda ha segnato quattro mete in 23 minuti in surplace con il punteggio che lievita, grazie al piede micidiale di Sexton, in maniera pesante: 7-0 all'11' e poi 14-0, 21-0 e 28-0 al 34'. Uno dei peggiori primi tempi dell'Italia sia per lo score nteggio impietoso sia per la scarsa o punto risposto dell'Italia che davanti ha sì degli assi che giocano a una velocità pazzesca, ma che spreca malamente il poco possesso.
Alla mano non avanziamo, a parte il poderoso Negri che pare un veterano e invece è solo al terzo cap. Sbaglio un passaggio anche il capitano Parisse e capita davvero di rado. Male anche al piede: i calci di Allan finoscono in bocca ai verdi e sono dolori perché la loro capacità di contrattaccare è fenomenale. Per il ct azzurro, l'irlandese O'Shea, alla sua prima volta a Dublino in questo ruolo, una giornata amarissima. L'Italia, all'alba del 39' minuto, insomma a un passo dal the, ha la prima occasione di fare male ai verdi con una penaltouche, ma ci sbattiamo in faccia la palla a un metro dalla linea di meta. 

Nella riprese, inutile negarlo, i verdi alzano il piede dal gas e nonostante ciò segnano altre 4 mete. Sembra impossibile, ma in questo funerale gli azzurri hanno avuto persino la posibilità di portare a casa un punto di bonus offensivo perché dal 55' al 75' sono riusciti a segnare tre mete anche belle con Allan, Gori e Minozzi (uno dei pochi da promuovere). Insomma, si poteva infine trovare un senso a questa partita quando a un minuto dalla fine Bellini ha intercettato una nostra una palla sull'out a destra. Il pallone sognato da ogni ala, ma l'azzurro ha finito la benzina a 15 metri dalla meta irlandese e ha gettato il pallone senza tentare un rientro all'interno, una finta: addio quarta meta e addio punto di bonus, che pure sarebbe stato forse immeritato per questa squadra che non riesce mai a concretizzare i progressi da una settimana all'altra.  



Irlanda 56 - Italia 19

Irlanda: Kearney; Earls, Henshaw (5' st Larmour), Aki, Stockdale; Sexton (11' st Carbery), Murray (11' st Marmion); Conan (1' st Stander), Leavy, O'Mahony; Toner, Henderson (1' st Roux); Furlong (4' pt Porter), Best R. (19' st Cronin), McGrath (28' st Healy).
All.: Schmidt.

Italia: Minozzi; Benvenuti, Boni (14' st Hayward) Castello, Bellini; Allan, Violi (18' st Gori); Parisse, Steyn (5' st Mbandà), Negri (18' st Ruzza); Budd, Zanni; Ferrari (14' st Pasquali), Bigi (5' st Ghiraldini), Quaglio (37' pt Lovotti). All.: O'Shea.

Arbitro: Poite (Francia)

Marcatori: 11' m. Henshaw tr Sexton (7-0), 14' Murray tr Sexton (14-0), 20' m. Aki tr Sexton (21-0), 36' m. Earls tr Sexton (28-0) s.t. 44' m. Henshaw tr Sexton (35-0), 54' m. Best tr Carbey (42-0), 56' m. Allan tr Allan (42-7), 60' m. Stockdale tr Carbery (49-7), 65' m. Gori tr Allan (49-14), 70' m Stockdale tr Crbery (56-14), 75' m. Minozzi (56-19).

Spettatori: 51.700.



LA PRESENTAZIONE
dal nostro inviato
DUBLINO Detto che all’Italia in questo impossibile odierno match del Sei Nazioni contro l’Irlanda serve ogni tipo di aiuto, anche soprannaturale, a chi impartirà oggi la propria benedizione il vescovo di Dublino, Eamonn Walsh, ex rocciosa seconda linea, sempre al seguito dei verdi?

Sotto il cielo sereno d’Irlanda che ha respinto l’annunciata pioggia gelida del canale di San Giorgio, l’alto (1,95 cm) prelato sarò diviso fra il sostegno al divino Sexton (celestiale il drop a tempo scaduto con cui ha piegato la Francia a Parigi sabato scorso) e la forte amicizia di lunga data con Conor O’Shea, l’irlandese da due anni alla guida dell’Italia. Di più, da due anni in Italia con il compito non solo di raddrizzare le sorti degli azzurri, ma di riplasmarne l’intero movimento. Un missionario, insomma. Per il vescovo Walsh, poi, l’Italia è una seconda patria, ne padroneggia la lingua perché tra i 20 e i 24 anni ha studiato in Vaticano insegnando, nel tempo libero, sugli spelacchiati prati romani dell’epoca, il catechismo della palla ovale ai rudimentali rugbysti italici degli anni ‘70. Un missionario ovale ante litteram anche lui.

Certo che il cuore O’Shea oggi batterà a mille: per la prima volta timona l’Italia nel cuore del rugby irlandese di cui lui è stato una stella. Con un passo a vuoto indimenticabile per lui e per noi: 4 gennaio 1997, match in notturna, tempo da lupi. Sotto il nevischio che sferzava i volti, la grande nazionale di Coste batte per la prima volta l’Irlanda (37-29): un match capolavoro di Dominguez e compagni. Fra gli irlandesi che escono mogi mogi dal maestoso Lansdowne Road c’è pure Conor, estremo infilzato da quattro mete azzurre. Da allora a Dublino l’Italia non è più passata, vincendo in totale 4 match sui 27 giocati con i verdi, l’ultimo nel 2013 all’Olimpico, di lì in poi sempre violato.

Da quel 1997 in poi il rugby italiano è cresciuto e adesso con il progetto di O’Shea può persino credere nel futuro, come ha dimostrato ad esempio ieri sera l’under 20 che in 14 contro 15 per tutto il match ha avuto in mano la palla della vittoria di un epico match finito 38-34a a Donnybrook, ma nel frattempo l’Irlanda ha fatto progressi assai più rilevanti, enormemente più rilevanti, innestando su un telaio allestito dalla meta dell’800 la leva del professionismo, adottato dal rugby proprio a metà degli anni Novanta. Allora Italia e Irlanda se la giocavano alla pari (nel 1997 la battemmo anche a Bologna): adesso i verdi sono terzi al mondo dopo gli All Blacks (che hanno surclassato l’anno scorso a Chicago) e l’Inghilterra, mentre gli azzurri arrancano al 14° posto del ranking.

Salvo miracoli, in altre parole, Conor O’Shea è destinato oggi a un’altra amarezza come 21 anni fa, con l’Italia che uguaglierà il triste record del 2002: 14 ko consecutivi nel Torneo. Gli allibratori dicono che perderemo di almeno 30 punti e ultimamente sono sempre ottimisti nei confronti dell’Italia.

Dove trovare allora qualcosa per alimentare la speranza, quella che guida gli almeno 6mila fedeli italiani oggi in pellegrinaggio da Temple Bar impavesato a festa all’Aviva Stadium, abituale miracolo del Sei Nazioni?

Bisognerebbe ripetere il match di domenica scorsa contro gli inglesi limando gli errori costati le prime due mete in apertura (elementari per l’ala Watson) e riportando il pack, prima linea in particolare, ai consueti livelli di efficienza, anche per non regalare troppi penalty a uno come Sexton che la mette in mezzo ai pali anche legato. Non sembra così difficile, si può fare. Poi l’Irlanda farà la sua partita. “Se gioca al 100% - ha detto O’Shea – vincerà di sicuro. Se invece non ce la fa e ci riusciamo noi possiamo restare in partita”.

Magari, sembra amaro consolarsi con una buona prestazione, con il mettere in difficoltà i fenomeni, che almeno la vittoria se la sudino. Ma in altro non è dato credere, per adesso.

Il ct azzurro qualche aggiustamento l’ha intanto fatto: proprio in prima linea parte con Quaglio e Bigi al posto di Lovotti e Ghiraldini, pronti a entrare nell ripresa, e in terza ha richiamato il grintoso Steyn rinunciando all’opaco Giammarioli. In regia ancora Allan (e ti credo, il Times gli ha dato 8) e Violi. Gli azzurri non se la sono cavata male con la palla in mano contro i giganti inglesi, ma resta il problema di strapparla agli irlandesi, maestri assoluti del possesso.

“Dobbiamo iniziare bene – suona la carica il capitano Parisse – Niente soft try e niente penalty, mantenendo il possesso della palla, come abbiamo dimostrato di saper fare con gli inglesi segnando due, quasi tre mete. Ogni ko ci fa un male dannato, ma al tempo stesso adesso siamo convinti dei nostri progressi innescati da Conor. Renderemo la vita dura anche ai fortissimi irlandesi”.


Domenica 11 febbraio, ore 16 Scozia-Francia (DMax).

 


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